La mia Fondazione nuova
La mia Fondazione nuova di Arnaldo Pomodoro
Voglio raccontare in breve le vicende e soprattutto le finalità della mia Fondazione, e in particolare del nuovo spazio che ora si inaugura.
Già nel 1974, preparando una mia personale alla Rotonda della Besana di Milano, mi sono reso conto di quanto fosse difficile ottenere dai collezionisti il prestito delle sculture da esporre, e di quanto quindi sarebbe stato utile poter contare su un nucleo stabile di opere, a disposizione per le mie mostre, ma anche visitabile da parte del pubblico.
Ho cominciato da quel momento a far fondere le prove d’artista delle mie sculture più importanti, e contemporaneamente a riacquisire da privati e da galleristi i miei primi lavori quando mi è stato possibile. Sull’esempio di ciò che hanno fatto altri artisti negli Stati Uniti, in Europa e anche in Italia – voglio ricordare fra gli altri l’esperienza di Mark Di Suvero, di Noguchi, di Tàpies, di Chillida, di Miró, di Manzù, di Marino Marini – ho deciso così di dar vita alla mia Fondazione, identificando un edificio dove collocare le opere. Negli anni Novanta questo progetto si è potuto finalmente concretizzare a Rozzano, nella cintura urbana di Milano. L’edificio, vicino alla Fonderia De Andreis, con la quale lavoro da molti anni, era in origine una fabbrica di bulloni: ristrutturato su progetto di Pierluigi Cerri, è divenuto la prima sede della Fondazione.
L’esperienza di Rozzano, tra successi e limiti, è stata molto istruttiva. Due consapevolezze si sono tuttavia, con il tempo, imposte. La prima riguardava l’esigenza che la Fondazione fosse collocata in un’area più centrale in Milano, per aumentarne in modo significativo la fruibilità da parte del pubblico. La seconda indicava l’esigenza di spazi più ampi e flessibili per allestire mostre temporanee e per organizzare eventi e iniziative culturali, offrendo i servizi (bookshop, biblioteca, videoteca, “teatrino”, caffetteria) e soprattutto una continuità di eventi in grado di rendere il luogo un’istituzione viva, e non un mero contenitore di opere.
Il caso e la fortuna hanno voluto che, alla ricerca di un capannone dove costruire il modello della mia scultura Novecento (oggi collocata a Roma, all’Eur) trovassi questo spazio. Si tratta di un interessante esempio di archeologia industriale situato a Milano in posizione strategica, nell’area cosiddetta ‘Ansaldo – Città della Cultura’, nel complesso delle ex officine Riva & Calzoni: 3.000 metri quadrati in rapporto con un’altezza di 15, perfetto per le grandi dimensioni di Novecento, ma soprattutto adattissimo a ospitare la Fondazione.
Con il sostegno e i suggerimenti degli amici, e con la costante collaborazione di mia sorella Teresa, sono stati realizzati i lavori di ristrutturazione secondo il progetto di Pierluigi Cerri e Alessandro Colombo. Sono lavori che hanno richiesto un lungo impegno e tanto coraggio. Infine, un’accelerazione determinante è venuta dal contributo economico della Regione Lombardia, che ci ha concesso un prestito FRISL. Ora siamo quasi pronti per incominciare l’avventura.
Il mio desiderio è di inaugurare la nuova Fondazione con una “festa della scultura”: perciò mi è parsa adatta una mostra sulla scultura italiana del XX secolo, da Medardo Rosso a oggi. Certo non sarebbe stato facile liberarmi dei miei riferimenti di artista, delle mie proprie preferenze, del mio gusto, e forse il mio punto di vista avrebbe potuto influenzare la scelta degli artisti e delle opere… Ho chiesto perciò la collaborazione di Marco Meneguzzo, e insieme abbiamo costruito questa mostra, che è una rassegna della storia della scultura nel Novecento certamente non esaustiva o completa, ma ampia e con un elemento nuovo, che occorre qui indicare chiaramente.
Abbiamo voluto evitare un risultato celebrativo o rappresentativo, cercando invece di mettere in evidenza il lavoro degli artisti innovatori che hanno influenzato e stimolato la ricerca artistica e i linguaggi espressivi contemporanei. Così, accanto alle opere dei maestri, scelte come testimonianze e memorie di storia critica, sono presentate le invenzioni e gli interventi di alcuni scultori che hanno realizzato la loro opera espressamente per questa mostra e per questo spazio, mostrando nell’ambito della loro ricerca nuovi e inaspettati motivi.
Oggi, infatti, penso alle mie sculture, e a tutte le grandi sculture, come riferimenti nello spazio, come elementi importanti di percezione e di orientamento nello spazio-tempo in cui viviamo. Oggi è chiaro che le sculture sono piuttosto nuclei, o cristalli, oppure occhi, o fuochi, per la frontiera e per il viaggio, per l'immaginazione, nell’attuale complessità. Già Hegel, nella sua Estetica, mette in piena evidenza teorica che la scultura è costituzione di un proprio spazio, entro lo spazio maggiore dove si vive o ci si muove. Come si sa, si è svolta nel Novecento una lunga discussione a questo proposito. Per me la scultura, quando trasforma il luogo in cui è posta, ha veramente una valenza testimoniale del proprio tempo e riesce ad esprime il rapporto di complessità che intercorre fra l’uomo e la realtà. Per me la scultura è proiettata nello spazio, togliendo quanto si può il peso alla materia e la base fissa all’opera.
Io ho quasi un bisogno, mentre sono nel mio centro che è l’opera, di andarmene attorno, come a conquistare con l’opera un posto, in un modo mio multilaterale, con un sogno di altre opere vicine.
La vera lezione ce l'hanno data i costruttivisti: in una stanza la scultura può occupare solo un angolo, una ragnatela di fili tesi può essere scultura a tuttotondo; oppure, all'esterno, la scultura diventa il modo di mutare il senso di una piazza e inventare uno spazio per la dimensione urbana.
Nella Fondazione si è tentato, dunque, come avviene in altri luoghi espositivi – vedi, per esempio, il nuovo museo della Dia Art Foundation a Beacon – di creare nell’interazione fra le diverse forme espressive, e nel rapporto tra le opere e lo spazio circostante, una sorta di tensione e di confronto reciproco: perché la Fondazione, lungi dall’essere una struttura museale statica e conservativa, possa svolgere la funzione di un vero e proprio laboratorio inventivo, quasi sperimentale, rivolto così a costruire con gli artisti, i critici e il pubblico, un coinvolgimento profondo e globale.
Arnaldo Pomodoro